Di Paolo Arsèna
Qual’è il futuro dei repubblicani?
Ognuno può dare la risposta che vuole, ce ne sono tante d’altronde.
Noi ce la siamo data però partendo da un presupposto forte, perché a suo modo oggettivo, e per questo capace di essere meno dispersivo di altri.
Il futuro dei repubblicani risiede nella loro funzione storica, e nella loro natura politico-ideale.
La funzione storica è quella dei pionieri.
Repubblicani in tempi di monarchia, democratici antifascisti in tempi di dittatura. Minoranza illuminata in tempi di culture di massa. Quello repubblicano è stato, sempre, un movimento anticipatore; controcorrente non tanto nella facciata, quanto nella sostanza.
Oggi crediamo che questa linfa, vitale per noi e indispensabile per il Paese, debba muoversi contro l’assetto esistente. Non per partito preso, ma perché riteniamo che sia inadeguato a dare risposte all’Italia di oggi, e perché lo vediamo costruito molto male, in mano alle persone sbagliate.
L’Italia non può continuare ad essere gestita da da una destra figlia del fascismo che si affida all’onnipotenza di un plutocrate, e da un personale di sinistra che deve ancora recuperare terreno sulle proprie matrici culturali (siano esse marxiste o cattolico-clericali).
L’Italia attuale è il risultato di un grande equivoco per cui una sinistra para-socialista e cattolico-sociale si spaccia per “democratica”, e una destra animata da idee egoistiche e particolaristiche, si accredita come “liberale”. Né i Ds, né i catto-clericali possono definirsi “democratici”. Né Berlusconi, né i leghisti xenofobi, né la destra aennina (figlia diretta di Giorgio Almirante), possono definirsi “liberali”.
Questo è possibile solo in un Paese in cui la cultura liberale e democratica è sempre stata minoritaria, direi inesistente se guardiamo ai grandi numeri.
Se il terreno della liberaldemocrazia resta sguarnito, ogni fazione potrà continuare a parlare a vanvera della propria identità.
Naturalmente si parla di identità, ma si traduce tutto in proposta politica. Siamo convinti che la cultura autenticamente democratica e liberale abbia gli strumenti giusti, le credenziali per leggere la modernità, per offrire al Paese una via di progresso, per guarire le cancrene che lo azzoppano. Cancrene non a caso maturate sotto l’egemonia del marxismo, del cattolicesimo, del fascismo. Cancrene spesso assenti nell’Europa avanzata, dove la liberaldemocrazia è una componente importante dell’arco politico.
Ma il percorso liberaldemocratico combacia anche con la natura politico-ideale dei repubblicani. Aggiungerei, dei repubblicani e dei liberali italiani. Evitando di scendere in beghe storiche che oggi non ci interessano più e che anzi, possono essere lette come arricchimento reciproco.
A questo proposito, vorrei chiarire un concetto, che per me è sempre stato una sorta di “bussola”.
I repubblicani rappresentano una forza di sinistra. Ma rappresentano una sinistra diversa, alternativa a quella da sempre dominante in Italia. Di più. La ragion d’essere del pensiero e dell’azione politica dei repubblicani risiede in questa distinzione. Da Mazzini a Ugo La Malfa, il movimento repubblicano ha sempre mantenuto un rapporto dialettico con la sinistra egemone, di stampo marxista (comunista per giunta, più che socialista), ma da posizioni distinte, se non contrapposte.
Ugo La Malfa era considerato dai comunisti di allora un uomo di destra. Eppure oggi viene riscoperto, oggi quella stessa sinistra che lo accusava come borghese amico dei padroni, insegue le sue idee, lo riecheggia, lo riabilita, sia pure in modo effimero, come icona da affiancare ad una sfilza di “padri” difficili da tenere insieme.
Questo dice tutto. I repubblicani, armati di principi laico-democratici fermentati dalle idee liberali, hanno sempre guardato al progresso.
E guarda caso, al mondo d’oggi si afferma il principio che l’uguaglianza debba essere una condizione di partenza, non di arrivo. Mentre la libertà dev’essere lo strumento di affermazione sociale e l’obiettivo di conquista civile.
Restano belle parole se messe in bocca a chi era comunista ieri e a chi è tutt’oggi clericale. Sono invece garanzie se recitate da chi democratico e liberale lo è da sempre, da chi ha sempre creduto in questi principi.
Questa sinistra e questo PD non sono credibili, alla stregua della destra (su cui non ho intenzione di spendere molte parole). Non sono credibili perché legati ancora alla tutela del sindacato, del pubblico impiego, delle corporazioni. Perché condizionati da residui utopistici (si pensi all’ambiente e all’energia) e idelogici (le pensioni, la politica assistenziale). Perché devono rispondere ad un elettorato di massa abituato ai suoi rituali, educato ai suoi tabù, schiavo dei propri schemi, vincolato alle proprie fedi.
Dunque, in conclusione. Dobbiamo lavorare sui tempi lunghi, ma lavoriamo nel nostro solco. Restare noi stessi, non svenderci ad un sistema malato. Altrimenti continueremmo a perderci.
E’ questo l’invito per tutti gli amici che ancora cercano una strada politica dove riconoscersi e ritrovarsi.
Noi siamo da sempre la sinistra moderna, ma se destra e sinistra continuano a parlare lingue stonate, entrambe ci resteranno distanti. Lavoriamo dunque alla costruzione di un nuovo terreno, capace di cambiare in meglio il Paese.
Questo è l’obiettivo più bello, più nobile, più gratificante per una cultura piccola (oggi piccolissima), abituata a svolgere una funzione straordinariamente grande.